2. Pietre che costruiscono muri

Genesi e caduta del Muro di Berlino, e altre considerazioni intorno all'idea di Muro

Trenta anni fa o poco più cadeva un muro (1).
Uno importante, spartiacque nella Storia.

Era una linea di 156 km di cemento nel cuore di una città nel cuore d’Europa, ma divideva in due il Mondo. Alto poco più di tre metri, ma inviolabile come se arrivasse fin su nello spazio, oltre la luna.

Non era un’opera d’alta ingegneria anzi, soprattutto negli anni iniziali si presentava come una barriera informale di filo spinato, legni e detriti; poi trincee, cavalli di Frisia e torri di sorveglianza (2).  

Anzi, nella sua primissima versione non era altro che una fila di uomini (3) fattasi ideologia e struttura (4).
Nondimeno invalicabile.

Per tenere dentro chi è dentro e fuori chi è fuori; per non lasciar spazio a sfumature e distinguo su chi siamo “Noi” e chi “Loro”, su chi è amico e chi nemico.

1. Mark Power,
Die Mauer ist Weg!,
Globtik Books 2014

 
2. 
Arwed Messmer & Annette Groenisch,
Taking stock of power,
Hatje Cantz 2016

3. Rem Koolhaas & Irma Boom,
Elements of Architecture,
Taschen 2018


4. Valerie Smith (ed.),

Between Walls and Windows. Architecture and ideology,
Hatje Cantz 2015

Era una notte d’Agosto del 1961 e la Terra si è svegliata con una nuova cicatrice; l’ennesima lacerazione causata dalle ulcere covate nei decenni precedenti, di una delle notti più lunghe e più buie della nostra ragione, che troppo spesso continua a rimanere assopita.

Il sonno della ragione genera mostri si sa, e uno di questi è la Guerra (5). 

L’incubo più ricorrente (6).

Da Vienna a Sarajevo passando per Parigi e Varsavia, da Berlino a Roma (7); dall’Europa alle Americhe, dall’Africa al Giappone spostandosi ora di anno in anno verso un Oriente sempre più vicino.
Ma che ancora non lascia scorgere l’alba (8).

Una narcolessia dell’intelletto, forse è questo il male che più di altri ci affligge.

O forse più semplicemente guerra e violenza sono caratteristiche insite nell’animo umano, che riversiamo nel mondo attraverso parole, pensieri e azioni (9), ogni volta che incontriamo qualcuno che sta dall’altra parte di un qualche tipo di muro. 

Quella sbagliata.

5. Bertolt Brecht,
Kriegfiebel, Eulenspiegel 1955
War Primer, Libris 1998  
L’abc della guerra, Einaudi 1971

6. Adam Broomberg & Oliver Chanarin,
War Primer 2,
MACK Books 2018

 7. Marius Constant,
Nana Symphonie, 1980 (music)


8. 
Erik Kessels,
Shit,
RVB Books 2018

9. Fabio Mauri,
Linguaggio è guerra,
Marani 1975

Un piccolo intermezzo per illustrare una sfumatura che si perde nella narrazione, ma è parte integrante dell’esperienza completa di questo percorso qui presentato, nata nel contesto di una stanza che è sempre meno libreria e sempre più open studio e biblioteca specializzata in libri fotografici contemporanei non comuni e rari: l’ultimo titolo citato, Linguaggio è guerra di Fabio Mauri, è segnalato ed illustrato, proposto all’approfondimento, ma senza averne ed offrirne reale accesso.

E’ un libro raro e ricercato, ed il mercato dice che vale più di quel che io possa permettermi.
Non per l’importanza del suo contenuto sia chiaro, ma per la scarsità della sua disponibilità. Dopotutto è così che si calcola il valore di un oggetto, considerando troppo spesso solamente uno dei possibili significati del termine ‘valore’, quello economico, non cogliendone altre possibili declinazioni.

Edificando un muro che lascia noi tutti chiusi fuori dal sapere di quelle pagine, permettendoci di sbirciarne solo la superficie della copertina dalle finestre del browser in qualche annuncio online.

Una terza rilettura del lavoro di Bertolt Brecht (10) ci offre un comodo passaggio per terminare la pausa e tornare al nostro percorso.

10. Lewis Bush,
War Primer 3,
self published 2018

Ritornando sui nostri passi troviamo un mondo trasformato. Una breccia in un muro, una porta aperta quasi per sbaglio una sera di Novembre del 1989 d’un tratto cancella vecchie distinzioni (11), facendo partire una veloce transizione da un lato (12), alimentando l’illusione di un mondo finalmente fatto di “Noi” dall’altro (13).

Ponendo diversi interrogativi.

Guardando in televisione le immagini di quel popolo incredulo liberamente in transito per la prima volta da decenni attraverso un checkpoint, Laurie Anderson (14) riconosce in quegli sguardi qualcosa di familiare. Lo scintillio di un desiderio ardente, una fiamma covata troppo a lungo sotto una cenere d’austerità: non bramosia di libertà, ma di consumo.

File agli sportelli bancari per reclamare i 100 Marchi di “dono di benvenuto” offerti dalla generosa Germania Federale ai ritrovati fratelli dell’Est (15), seguiti da file nelle ricche boutique delle strade dell’Ovest, dalle cui vetrine s’affacciavano sgargianti e rigogliosi i frutti proibiti del nostro Eden.

Il “Secolo Breve” è finito in quei giorni, un decennio in anticipo sulla tabella di marcia, lasciandoci presagire la frenesia che da quel momento ci accompagna. 

La velocità dell’innovazione tecnologica diffusa su una scala mai così vasta, il passaggio da un mondo analogico ad uno digitale, iper-connesso ed immediato, ha abbattuto i muri del tempo e dello spazio; Oriente ed Occidente, Nord e Sud della Terra possiedono gli strumenti per conoscersi, vedersi, parlarsi direttamente.

Per stringersi in un felice abbraccio (16)…

Non eravamo ancora pronti, e non lo siamo ora!

11. Patrick Rotman, 
Un mur a Berlin,
Kuiv 2009
Film documentario 

12a. Anthony Suau,
Beyond the Fall. The Former Soviet Bloc in transition 1989-99,
Silvana 2000

12b. Fabio Sgroi,
Past Euphoria Post Europa,
Crowdbooks 2017

13. AA.VV.
Europa. An illustrated guide to Europe for migrants and refugees,
Al-liquindoi 2016

14. Laurie Anderson, 
All the things I lost in the flood,
Rizzoli Electa 2019

 


15. Tommaso Bonaventura, Agnese Del Prete,
100 DM,
Silvana Editoriale, 2019


16. Martin Bogren,

Embraces,
self published 2014

Prime (17) e ultime (18) generazioni alle prese con un mondo nuovo, ma senza nessun libretto d’istruzioni a farcelo capire; venendo a mancare le coordinate conosciute, alle universali domande sul ‘Chi siamo’ e ‘Dove stiamo andando’ si aggiunge un terzo fondamentale quesito: Dove siamo ora? 

Anche le mappe migliori, se non conosciamo la nostra posizione, diventano poco utili.


17. 
Martin Kollar,
Provvisonal Arrangments,
MACK 2015


18. Kristin Trub,

Letze Generation OST,
Edition Bessard, 2015

Certo abbiamo GPS e dispositivi indossabili che permettono alla nostra community di seguire ogni nostro passo ai quattro angoli del mondo, e quindi condividere quel che vediamo, che sentiamo, il battito del cuore e perché no anche gli odori da qui a breve. 

Un corpo ibrido esteso e condiviso. Tra i membri della propria comunità. 

Scelti sempre meno su base geografica e sempre più per affinità d’interessi e punti di vista. Per trovare conferma alla propria idea di mondo e non sentirsi persi e isolati.

Nei casi più estremi facendo assolvere agli schermi quella funzione che qualche anno fa era destinata agli specchi, magici e non.

Visioni divergenti, scoraggiate da fastidio ed algoritmi, scompaiono dal flusso dei nostri feed, dai nostri orizzonti, dalle nostre percezioni. E confrontandoci (o confortandoci) solo tra nostri simili perdiamo buona parte della sensibilità della nostra “pelle sociale”, rinforzando oltremisura le nostre convinzioni e perdendo disponibilità e capacità di dialogo con chi osserva le cose da un’altra prospettiva (19). 

Arroccandoci in difesa del nostro piccolo mondo, lasciando fuori chiunque altro; nemici da combattere con parole ed azioni, che vogliono invadere il nostro spazio vitale, la nostra libertà. 

 

19. Elisabeth Noelle-Neumann,
La spirale del silenzio,
Meltemi 2001

[The spiral of silence, University of Chicago Press, 1980]

 

“Noi” sembra così una una versione riflessa ed amplificata del nostro Io,
“Loro” sono appena dietro al Muro, e sono tanti: tutti gli altri.

Nessun uomo è un’isola – o forse lo siamo tutti, e le nostre comunità non sono altro che arcipelaghi più o meno estesi, micro-continenti alla deriva.

Ma per quanto conservatore possa essere l’istinto primordiale di ogni società, nulla è immutabile, tutto transita e si trasforma; e meno permeabili al cambiamento siamo, minore sarà l’orizzonte temporale che avremo davanti (come aggregato sociale, non necessariamente come genere umano).

La vita è un costante divenire, ed ogni cosa si muove attraverso un qualche tipo di confine, o almeno prova legittimamente a farlo. Informazioni e uomini, merci e capitali (20)…

Alla deriva come zattere e barconi in mezzo a un mare che tutto apparentemente collega, eppure continuiamo a costruire muri invece che ponti, non facendoci bastare quelli che abbiamo già (21).
In Ungheria (22), in West Bank (23), tra Stati Uniti e Messico (24).

20. Justinien Tribillion et al. (eds.),
Migrant Journal,
2017-2020
(6 issues magazine)

 

21. Nicolò Degiorgis,
Blue as gold,
Rorhof 2015

 

22. Euronews footage from YouTube

 

 

 

23a. Josef Koudelka,
Wall,
Aperture 2013

b. Ad Van Denderen,
Stone,
Fw:Books 2015

c. Eyal Weizman,
A travers les murs : L’architecture de la nouvelle guerre urbaine,
Fabrique 2008

d. Giorgio Palmera,
Al Jidar,
Trolley Books 2006

e. Martin Kollar,
Field Trip,
MACK Books 2013

 24a. Richard Mischrach & Gulliermo Galindo,
Border Cantos,
Aperture 2016

b. John Moore,
Undocumented,
Powerhouse Books 2018

c. Ken Light,
To the promised land,
Aperture 1988

Dimenticando di quando i “nuovi arrivati” eravamo noi (25), e di quanto universale sia il sogno di una Terra Promessa nella quale sfuggire dai propri mali, lì che si offre golosa ai nostri sguardi, ma cinta di mura invalicabili come una fortezza medievale. 

O un castello (26).

Kafkiano come il muro della burocrazia che milioni di persone provano quotidianamente a scalare anche dall’interno, alla ricerca di quella dignità e diritti basilari negati perché sprovvisti di un foglio di carta che li faccia vedere agli occhi del sistema (27).

Nell’epoca dei bit ognuno di noi è un record, e se non sei nel database non puoi partecipare al grande gioco della vita (28). 

Rendendo così altri muri terribilmente precari (29).

25. Michael Danner,
Migration as Avantgarde,
Kettler Verlag 2018

26a. Federico Clavarino,
The Castle,
Delpine 2015
b. A companion book to The Castle,
Delpine 2015

27. Anoek Steketee,
State of being. Documenting Statelessness,
Nai010 Publisher 2018

28. Maurizio Ferraris,
Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce. 
Editori Laterza 2009 – 2018

29a. Studio Defrost,
Immorefugee,
self published 2015

b. Henk Wildschut,
Ville de Calais,
self-published, 2017

c. Ismail Einasce, Thomas Roueché (eds.),
Lost in media. Migrant Perspectives and the Public Sphere,
Valiz 2019

In viaggio tra questi muri eterogenei che si muovono, trasformano e condizionano le nostre vite molto più di quanto siamo soliti pensare, avvicinandoci alla fine di questo percorso c’è un altro confine caduto su cui soffermare l’attenzione.

Nell’arco di 10 anni o poco più sembra essersi dissolta la barriera che divideva il tempo e lo spazio pubblico da quello privato, attività personali e mansioni professionali.

Ci siamo così tanto affezionati a quelle piccole personali finestre sul mondo fatte di plastica, metallo e vetro, che per la maggior parte di noi controllare lo smartphone è il gesto quotidiano più frequente, che inizia e conclude le nostre giornate, naturale quasi quanto respirare. Sempre connessi, sempre operativi, costantemente in vetrina.

Un muro simbolo che separava Berlino e il Mondo dividendolo tra Bene e Male è caduto nel 1989; il nemico è stato abbattuto, il Bene ha trionfato.
Ovvero se il male era  l’ideologia comunista che è morta quel giorno, il bene è quella capitalista, indiscussa dominatrice del campo da allora (e da prima ancora – ovviamente sempre cercando e creando nuove crociate, nuovi Mali e Nemici da combattere: senza di essi il Bene non esiste), in un discorso pubblico passato dalle complessità delle Grandi Narrazioni alla superficialità dei 160 caratteri della politica via Twitter di questi giorni.

L’autore e ricercatore inglese Mike Fisher (30) ha coniato il termine Semio-capitalismo per descrivere questa fase evolutiva della creatura che possiamo chiamare Capitale, o Potere.

Un capitale che si genera non più dalla produzione e dal lavoro fordista in fabbrica (che pure esiste anche oggi, anche se delocalizzato dall’altra parte del muro della nostra percezione e dei nostri diritti, nei vari Sud del Mondo) né da quello post-fordista e terziario degli ultimi decenni, ma un capitale comunicativo di dati e informazioni.

Il nuovo sfruttamento è l’imperativo a comunicare, impegnarsi in un quotidiano product placement di se stessi e, diventando noi stessi il prodotto in vendita, generare traffico e quindi valore che confluisce solo nelle casse dei padroni delle infrastrutture, delle piattaforme.

Google, Apple, Facebook ed Amazon sono fra le ultime e più potenti incarnazioni della Creatura, entità trans-nazionali che si pongono al di sopra delle nostre leggi e confini terrestri, libere di circolare ben oltre il Cielo sopra Berlino di Wendersiana memoria, tra le nuvole di Paradisi mai così terreni (31).


30. Mike Fisher,

Il nostro desiderio è senza nome. Scritti politici K-punk / 1,
Minimum fax 2020

31. Gabriele Galimberti & Paolo Woods, The Heavens,
Dewi Lewis 2015

 

Il nostro ecosistema è un ibrido composto da tutto quel che passa dentro e fuori dalle cornici dei nostri device; l’immagine stessa del mondo che abbiamo, ed il nostro posizionarci relativamente ad essa, deriva oggi come sempre da quel che possiamo vedere e sapere, dalle informazioni cui possiamo avere accesso.

Ed oggi l’accesso avviene attraverso le infrastrutture appena descritte, mass media e social networks in primis. Che funzionano in base ad algoritmi, che non sono più le leggi naturali e universali della fisica e della chimica alla base dell’universo conosciuto finora, ma “semplici” set d’istruzioni scritti da uomini per spiegare alla macchina come svolgere il proprio lavoro.

Con tutta la fallibilità umana del caso.

E come accennato poc’anzi, la funzione primaria per la quale sono stati compilati è quella di offrire ai nostri occhi e alle nostre percezioni solo quei materiali che abbiamo già dimostrato di gradire, solamente visioni già affini al nostro punto di vista, i prodotti che abbiamo già comprato in passato.

Sono questi algoritmi altri muri che delimitano il nostro spazio visivo e concettuale, che segnano e guidano a nostra insaputa i percorsi delle nostre vite.

Ed in tempi in cui la paura del futuro è più forte della speranza che il domani sia migliore del presente, chiudersi a riccio nelle proprie convinzioni rischia di non essere altro che ulteriore benzina sul fuoco che alimenti i nostri conflitti.

Per quanto sommario ed incompleto, l’auspicio è che questo percorso possa esserci d’aiuto nel mappare più consapevolmente l’ambiente nel quale oggi viviamo, e magari ci eviti d’imboccare altri vicoli ciechi nel nostro progresso.

Che c’inviti a trovare dentro di noi, anche con le poche risorse che abbiamo a disposizione, la spinta necessaria a spiccare il volo sopra i nostri steccati, innalzando ambizioni ed ideali e non più barriere (32).


32. XiaoXiao Xu,
Aeronautics in the Backyard,
The Eriskay Connection 2015



Riferimenti bibliografici fuori testo

5. Aglaia Konrad,
Schaubuch: Skulptur,
Roma Publications, 2017

6. Ad van Denderen,
Stone,
Fw:Books 2017

7. Donald Weber,
War sand,
Polygon Books 2018

5. Aglaia Konrad,
Schaubuch: Skulptur,
Roma Publications, 2017

6. Ad van Denderen,
Stone,
Fw:Books 2017

7. Donald Weber,
War sand,
Polygon Books 2018

5. Aglaia Konrad,
Schaubuch: Skulptur,
Roma Publications, 2017

6. Ad van Denderen,
Stone,
Fw:Books 2017

7. Donald Weber,
War sand,
Polygon Books 2018