1. Come parlà ai serci
How to talk to stones

A proposito di oggettività del Mondo e soggettività del proprio punto di vista.

Come parlà ai serci (come parlare ai sassi) è un’espressione popolare diffusa a Roma che sta ad indicare l’inutilità di spender tempo ed energie a parlare con una pietra, un oggetto inanimato che non può sentire.

In inglese letteralmente diventa It’s like to talk to stone, ma il termine corretto è stonewalling, che si riferisce ad una caratteristica comportamentale che impedisce forme di comunicazione e cooperazione. 

Giochi del linguaggio, la stessa parola italiana “come” può essere tradotta in inglese sia in “like” come abbiamo visto, che in “how”. Ed i significati non potrebbero essere più distanti: how è quello del know-how, il come che si usa nei manuali, è il come si impara a fare qualcosa; qualcosa che si può ed è utile costruire, come (like) un linguaggio universale che ci permetta di dialogare anche quando lo credevamo impossibile.

In un’epoca in cui tutto è relativo, abbiamo più che mai bisogno d’ancorarci a qualcosa di concreto e tangibile.

Di definire il nostro ambiente ed il nostro muoverci in relazione ad esso, la base del processo evolutivo.

E cosa c’è di più tangibile e primario di un pezzo di pietra, un sasso che si offre lì al nostro sguardo, immutabile, uguale per tutti e misurabile, concreto ed oggettivo.
Il modello in scala del grado zero del nostro pianeta.

Quel sasso ha molte cose diverse da dirci, tante quanti sono gli occhi che lo guardano. Ed ogni sguardo è un’indagine, un’interrogazione.

Dal momento che ogni pensiero creativo così come ogni progresso o salto evolutivo scaturiscono e si alimentano nelle domande e nel dubbio, questo capitolo è dedicato alla prima: cosa stiamo guardando?

Bruno Munari (1) ci accompagna all’inizio del nostro percorso invitandoci a guardare meglio quello a cui non siamo soliti prestare attenzione, o che c’infastidisce come le pietre sotto l’asciugamano quando andiamo in spiaggia, affidandoci il compito di scoprirne il potenziale nascosto e la bellezza come davanti ad un’opera d’arte unica e irripetibile.

Con lo sguardo più allenato a cogliere sfumature, affinità e differenze, continuiamo a muovere i nostri passi in sentieri accidentati tra le rocce, raccogliendone e spostandone alcune come Sir Richard Long (2) o toccandone altre come Hamish Fulton (3); scegliendone di più comode su cui riposare e di più solide per farne pietra angolare del procedere dei nostri pensieri.

E con Andreas Feininger (4) iniziare ad indagare il rapporto tra sassi e uomini, e vedere cosa c’entra la fotografia con tutto questo. 

1. Bruno Munari,
Da lontano era un’isola,
Emme Edizioni 1971 – Einaudi 1984 – Corraini 2006
From afar it was an island,
Corraini 2003

2. Richard Long, R.H. Fuchs (ed.),
Richard Long,
Thames & Hudson 1986

3. Hamish Fulton,
Walking journey,
Tate Publishing 2002

4. Andreas Feininger,
Stone and Man. A photographic exploration,
Dover Publishing 1979

Quella che segue non è un’immagine d’autore, è “solo” una foto da me realizzata ad una pietra trovata fuori la porta del mio studio, niente di speciale.

L’immagine di una pietra anonima che nella mia mente, inserita nella mia personalissima esperienza di vita, innesca pensieri relativi al mal di schiena e preoccupazioni sul conto da pagare al meccanico.

Quando condivido queste suggestioni, di solito l’interlocutore mi scruta con aria interrogativa, che non cambia di molto neanche quando mostro il sasso originale invece della sua immagine. 

La nebbia si dirada solo aggiungendo un’informazione fondamentale, quando inizio a svelarne il contesto di provenienza: è un “sampietrino”, un frammento della tipica pavimentazione stradale del centro di Roma.
E se l’indicazione successiva riguarda la vecchia moto d’epoca che uso come mezzo di trasporto, l’associazione mentale proposta prima diventa più comprensibile.

Tuttavia unica e personale, riguarda solo me. 

Se fossi stato una donna elegante abituata ad indossare tacchi alti, probabilmente il mio primo pensiero sarebbe corso al calzolaio o alle storte alla caviglia che si rischiano ad ogni passo.

Più frequentemente l’interlocutore – osservatore è stato un turista straniero a Roma solo per qualche giorno, ed in questo caso ho avuto modo di sperimentare come la risposta agli stessi stimoli visivi abbia scaturito riflessioni sul fascino millenario della storia e dell’urbanistica capitolina, alle migliaia di chilometri percorsi per fare una passeggiata su questo selciato.

Un’idea non esclude l’altra, tutte sono legittime e nessuna sbagliata tout-court.

Guardando lo stesso soggetto ognuno inevitabilmente lo mette in relazione col proprio vissuto e, se consideriamo solo una fotografia priva di ogni contesto, non ci vedremo mai nient’altro di quel che siamo già predisposti a vedere.


Ma esiste davvero una fotografia senza contesto?

Più precisamente, non solo il contesto di produzione, ma anche quello in cui osserviamo la stessa immagine condiziona la lettura che ne diamo: incorniciata in un museo o in una galleria d’arte saremo portati spendere più tempo ed attenzione, a valutarne alcuni aspetti estetico-formali, gli conferiremo un status da opera, che non saremmo mai pronti a cogliere se la trovassimo casualmente altrove nella nostra quotidianità.
In un manuale di geologia, tra le pagine di una rivista o magari nel catalogo di vendita di un produttore di porfido. E se fosse stampata sul tovagliolo di una pizzeria?

O, come avviene nella stragrande maggioranza dei casi, quando l’incontreremo nella cornice dei nostri smartphones, in un contesto che sarà diventato il flusso dei nostri social feed, con cosa si metterà in relazione quella stessa immagine, quali sinapsi attiverà in noi?
E se la fotografia non fosse la stessa, ma visivamente molto simile? Nei due o tre secondi d’attenzione che in media dedichiamo alla lettura di un’immagine, i nostri occhi riusciranno davvero a scorgere differenze?

In un allestimento minimo di questa esperienza, il nostro sampietrino originale viene fatto vivere in un ecosistema d’immagini (stavolta di fotografie “d’autore”) di soggetti che in qualche modo gli somigliano.
Vediamo più da vicino cosa succede.

La copertina di Schaubuch (5) sembra quasi essere una foto segnaletica della pietra su cui abbiamo fondato il nostro edificio concettuale, ma è qui proposta anche come invito a non giudicare mai il libro dalla sua copertina, a non fidarsi troppo delle apparenze.

Se finora abbiamo introdotto il contesto dal punto di vista della fruizione, è fondamentale anche quella della produzione dell’immagine che stiamo guardando, che altrimenti non esisterebbe. Chi l’ha realizzata? Per dirci cosa? Se parliamo di fotografia d’Autore, che strumenti ha a disposizione per restringere il campo delle nostre possibili letture al messaggio che voleva trasmettere col suo lavoro?

In cosa sono diverse queste pietre, e queste immagini, da quelle contenute in Stone (6), o War Sand (7)?

5. Aglaia Konrad,
Schaubuch: Skulptur,
Roma Publications, 2017

6. Ad van Denderen,
Stone,
Fw:Books 2017

7. Donald Weber,
War sand,
Polygon Books 2018

La risposta è quella più ovvia: sono contenute in libri diversi, cioè in contesti diversi in cui s’inseriscono in relazioni fisse e costruite tra elementi materiali e simbolici come testi, grafiche, sequenze e la stessa fisicità dell’oggetto libro, l’interazione che si ha nello sfogliarne le pagine.
Discorso simile, ma non uguale, quando il contesto è quello di una mostra, ed alla carta delle pagine si sostituisce il cemento del muro di una galleria.

Esperienze vissute dall’osservatore con la consapevolezza di partecipare ad un gioco di rimandi in un sistema chiuso; che raramente accadono casuali e inaspettate, ma quasi sempre programmate, preparate ed approfondite già da tempo.
Un’abitudine e attitudine al consumo culturale che (pur con mille differenziazioni geografico-sociali) ormai riguarda più o meno il 5% della popolazione – temo molto meno dell’1% se parliamo di fotografia più nello specifico, senza fare di tutta l’Arte un fascio, anche perché non di sola arte è fatta la Fotografia. 

Percentuali in cui la doppia cifra è dopo uno zero virgola, mentre ad esempio la platea di Instagram comprende ben più di un miliardo di persone. E praticamente tutte le immagini e le pubblicazioni citate in queste pagine sono finite a vario titolo anche lì. 

Certo in massima parte veicolate dagli stessi canali professional/istituzionali per lo stesso target ristretto, ma potenzialmente a disposizione d’incontri casuali con un pubblico molto più ampio. Nel contesto di relazioni e rimandi con altri materiali terzi diversi per tutti, che come vedremo meglio in seguito, un algoritmo assembla con ben altre intenzioni (del programmatore).

Quale lettura daremo della stessa foto dello stesso sercio, se l’immagine che vedo subito prima per un secondo è quella del piatto appena servito ad un cugino in un ristorante cool, e quella successiva il selfie di un amico in vacanza sul cui volto appaiono ancora evidenti i segni di una nottata vissuta intensamente?
Forse che la bella cena fotogenica s’è rivelata un mattone difficile da mandar giù? 

Fra tutte le fotografie di sassi viste finora, chi è in grado di dire quali siano state utilizzate per parlare di guerra o di politica? Di sesso o architettura? 

Quali di rimorso, o inquinamento? (8)

8a. Ryan Thompson & Phil Orr,
Bad Luck, hot rocks. Conscience letters & photographs from Petrified Forest,
The Ice Plant 2014

8b. Drew Nikoniwicz,
This World and other like this,
Yoffy Press / Fw:books 2019



8c. Alessia Bernardini,
Pleasure rocks,
self published 2019




8d. Stephen Gill,
Off Ground,
Nobody Books 2011




8e. Sae Honda,
Everybody needs a rock,
Torch Press 2018




Si certo, alcune sono in bianco e nero e altre a colori, alcuni son serci singoli e altri in gruppo, piccoli o grandi, ma ancora non abbiamo altri elementi che possano aiutarci a fare i giusti collegamenti.

Anzi, a dirla tutta alcune di quelle viste finora non sono neanche “vere” fotografie (e alcuni non sono veri sassi), ma immagini riprese da strumenti elettronici come microscopi, forse queste più identificabili grazie alle grafiche di scala che s’intravedono nell’angolo in basso.
Eppure contenute in un libro fotografico, proposte nel contesto di uno spazio ed una mostra – esperienza deputati solo alla fotografia.

Fa davvero qualche differenza?

E se invece della Terra, volessimo esplorare la Luna?

9. Robert Pufleb & Nadine Schlieper,
Alternative Moons,
The eriskay connection 2018

Restando con i piedi ben ancorati al suolo, stiamo iniziando a sperimentare come la stessa immagine venga inevitabilmente vista in modo diverso da occhi diversi, o come anche gli stessi occhi possano scorgerne e considerarne aspetti diversi di volta in volta.

E questo è vero nella lettura di un immagine, e ancor di più in quella del soggetto di cui è rappresentazione.

Un frammento dello stesso Mondo che viviamo tutti, visto da un determinato punto di vista: il nostro.
Con il nostro background socio-culturale, con il bagaglio d’esperienze ed il sistema di valori e credenze che abbiamo acquisito e radicato nel corso degli anni, che spesso crediamo essere l’unico possibile ed accettabile.

Iniziamo allora a capire come sia possibile che lo stesso soggetto possa esser visto in modi diametralmente opposti, facendoci accompagnare principalmente dai lavori di Maya Rochat (10) e Awoiska van der Molen (11). Due giovani e giovanissime autrici che hanno usato come soggetto dei loro lavori questo nostro mondo, la Natura e i suoi elementi di base: rocce, fiumi, alberi e foreste.

Una avendo come obiettivo e pratica della propria opera il lavoro sull’astrazione artistica, l’altra che vorrebbe rispondere alla domanda: “e se la natura potesse fare un’autoritratto di se stessa?”

10. Maya Rochat,
A rock is a river,
SPBH Editions 2017

11. Awoiska van der Molen,
a. Sequester, Fw:books 2014
b. Blanco, Fw:books 2017

Nel primo caso la fotografia è un punto di partenza, la base su cui applicare strato su strato filtri analogici e digitali, vernici ed interventi pittorici e performativi d’ogni tipo, fino a far scomparire il soggetto e la Natura stessa; qui parla l’Artista.

Il procedimento della van der Molen invece prevede un dialogo solitario ed ininterrotto tra l’artista e le forze naturali, energie che attraverso un utilizzo artigianale e controllato del mezzo fotografico si trasmettono ad un osservatore terzo, come se fosse l’Artista a scomparire per lasciar voce solo al suo soggetto.

Avviandoci verso la conclusione con un’ultima coppia d’immagini, una sorta di positivo\negativo l’una dell’altra, a cui la riproduzione su queste pagine non rende davvero giustizia. 

Maya Rochat e una delle sue astrazioni la prima, quale foto le fa da contraltare?

La riproduzione di un Diaspro dell’Oregon, dalla collezione di Roger Caillois (12), filosofo francese che, nelle parole di Marguerite Yourcenar che ne introducono l’edizione italiana,

“di fronte a questa nostra umanità più che mai percepita come effimera, di fronte a questo nostro mondo animale e vegetale di cui noi stessi acceleriamo la perdita, […] alla ricerca di una materia più pura […] la trova nell’universo delle pietre”.

Trasformando la Natura stessa in Artista e noialtri in semplici riproduttori di una bellezza che è già lì, pronta ad offrirsi ai nostri occhi, se solo imparassimo ad usarli.

12. Roger Caillois,
a. La scrittura delle pietre, Abscondita 2013
b. La lecture de pierres, Editions Xavier Barral 2014

Ovviamente tutte quelle proposte sono letture personali e parziali di lavori molto più ampi, complessi e meritevoli di maggior approfondimento rispetto a queste poche righe; solo un assaggio per completare la nostra prima ricognizione attorno all’idea dell’oggettività del Mondo e della soggettività del nostro punto di vista.

Per iniziare a considerare ogni visione divergente dalla nostra un arricchimento piuttosto che una fonte di conflitto; una meravigliosa possibilità di scoperta di quelle diverse qualità del Mondo che non potremo mai scorgere finché continueremo ad ancorarci  a quel minuscolo granello di sabbia dal quale ci guardiamo attorno, che spesso si rivela non essere il punto d’osservazione più funzionale. (13)

Cominciando quindi a rispondere alla domanda “cosa stiamo guardando” siamo ora pronti per il prossimo grande quesito: 

“Da quale punto di vista guardiamo le cose?”

13. Donovan Wylie,
The Tower series, Steidl 2014

Riferimenti bibliografici fuori testo

5. Aglaia Konrad,
Schaubuch: Skulptur,
Roma Publications, 2017

6. Ad van Denderen,
Stone,
Fw:Books 2017

7. Donald Weber,
War sand,
Polygon Books 2018

5. Aglaia Konrad,
Schaubuch: Skulptur,
Roma Publications, 2017

6. Ad van Denderen,
Stone,
Fw:Books 2017

7. Donald Weber,
War sand,
Polygon Books 2018

5. Aglaia Konrad,
Schaubuch: Skulptur,
Roma Publications, 2017

6. Ad van Denderen,
Stone,
Fw:Books 2017

7. Donald Weber,
War sand,
Polygon Books 2018